20 luglio 2018 – Il Post – Il suicidio di Gabriele Cagliari, 25 anni fa

Cit Fonte: Il Post

Il suicidio di Gabriele Cagliari, 25 anni fa

La storia del presidente dell’ENI che si uccise a San Vittore, dove aveva trascorso 134 giorni di carcerazione preventiva

 Gabriele Cagliari, 9 marzo 1993 (ARCHIVIO – ANSA – KRZ)

Il 20 luglio di venticinque anni fa Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI dal 1989 al 1993, si suicidò nelle docce del carcere di San Vittore, dove aveva trascorso 134 giorni in regime di carcerazione preventiva, ovvero in attesa di conclusione dell’inchiesta su di lui. Cagliari aveva 67 anni ed era stato arrestato per presunte tangenti il 9 marzo 1993, nel pieno delle inchieste per corruzione nella politica che i giornalisti chiamarono “Tangentopoli”. Il 15 luglio, alla fine di un nuovo interrogatorio, il pubblico ministero Fabio De Pasquale aveva mostrato l’intenzione di scarcerarlo, ma poi ci ripensò. Poco dopo Cagliari si uccise. Le indagini successive sostennero che non ci fosse stata negligenza da parte di De Pasquale, ma quello che era avvenuto portò a un grande dibattito sulle funzioni del carcere e della custodia cautelare, di cui i magistrati che condussero quelle indagini si erano serviti stabilmente per ottenere delle confessioni dagli imputati, tutti uomini poco abituati alle durezze del carcere.

Gabriele Cagliari era nato a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, il 14 giugno del 1926. Si era laureato al Politecnico di Milano in ingegneria industriale e dopo poco cominciò a lavorare per le più importanti aziende chimiche d’Italia, riuscendo a diventare dirigente ed essere nominato nel 1983 membro della giunta esecutiva dell’ENI, su indicazione di Bettino Craxi e del PSI, al quale era considerato politicamente vicino. Sempre su indicazione del PSI nel novembre del 1989 fu nominato presidente dell’ENI, trovandosi a trattare l’operazione che portò alla nascita di Enimont.

Enimont era stata fondata da Raul Gardini, un famoso imprenditore di Ravenna, facendo un accordo con ENI, la principale azienda pubblica energetica italiana, e la Montedison, un’azienda chimica privata di cui era il principale azionista. La fusione però fu un insuccesso e Gardini, con l’aiuto di vari intermediari, convinse lo Stato (tramite ENI) ad acquistare le quote private di Enimont con l’aiuto di un fondo di circa 150 miliardi di lire che servì per pagare tangenti a moltissimi politici italiani, che presero soldi assicurando di facilitare l’affare. Il processo che ne seguì fu uno dei principali negli anni di Mani Pulite e contribuì alla dissoluzione dei partiti coinvolti: iniziò nel 1993. Nello stesso anno Gardini si suicidò. Poco prima si era suicidato anche Gabriele Cagliari.

Il processo si concluse nel 2000 con la condanna definitiva di molti politici importanti della Prima Repubblica fra cui Arnaldo Forlani, Paolo Cirino Pomicino, Giorgio La Malfa e Umberto Bossi. La condanna di Bettino Craxi arrivò in Cassazione, fu rinviata in appello, fu di nuovo confermata in appello ma prima di un giudizio di Cassazione Craxi morì per un arresto cardiaco ad Hammamet, in Tunisia, dove si era rifugiato dal 1994.

Inizialmente Cagliari fu arrestato su richiesta della Procura di Milano per una presunta tangente pagata dal suo gruppo per vincere l’appalto di un’altra società statale. Dopodiché, mentre si trovava in carcere, gli furono contestati altri reati che avevano a che fare con una rete di “fondi neri” dell’ENI e con l’accordo fatto tra l’ENI e la SAI di Salvatore Ligresti. Per Cagliari erano dunque stati decisi, ogni volta, dei nuovi ordini di custodia cautelare: una pratica molto comune durante quelle inchieste per rinnovare la permanenza in carcere degli indagati. A luglio era sembrato che il pubblico ministero Fabio De Pasquale dovesse presentare un parere positivo per concedergli gli arresti domiciliari, ma poi, il 17 luglio, prese una decisione contraria motivandola col timore che Cagliari potesse inquinare le prove: Cagliari era in carcere preventivo da quattro e mesi e mezzo. Il giudice, Maurizio Grigo, aveva cinque giorni di tempo per prendere una decisione definitiva e non l’aveva ancora fatto.

Il 20 luglio Gabriele Cagliari fu trovato morto nelle docce del «canile di San Vittore», come lui lo aveva chiamato in una delle tante lettere che aveva inviato durante quei quattro mesi alla famiglia. Nelle lettere aveva parlato del suo suicidio («Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna»), ma anche del trattamento che aveva ricevuto dai magistrati, che riteneva disumano e ingiusto (ventotto lettere inedite, recuperate in soffitta dal figlio di Gabriele Cagliari, Stefano, sono state pubblicate qualche mese fa da Longanesi in Storia di mio padre). Dal carcere, per esempio, Cagliari scrisse:

«L’obiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi dell’opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”.

Secondo questi magistrati, ad ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e i loro complici intendono mettere le mani. Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’amministrazione pubblica o para-pubblica, ma anche nelle amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti. Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.

La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura, psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza testa né anima. Qui dentro ciascuno è abbandonato a se stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività e nell’ignavia; la gente impigrisce, istupidisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore plicatore di malavita.

Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la sua propria esercitazione e dimostrazione che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima, o alcune ore prima. Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con la differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia. Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità».

Il suicidio di Gabriele Cagliari e poi il contenuto delle sue lettere portarono in Italia a un dibattito pubblico sugli eccessi della carcerazione preventiva o sull’uso che ne avevano fatto i magistrati. A quel tempo il ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, inviò anche a Milano due ispettori per indagare sul comportamento di Grigo e di De Pasquale, ma alla fine venne stabilito che non c’era stata violazione disciplinare da parte loro e nell’aprile 1994 l’ispezione fu archiviata. Nemmeno l’inchiesta sollecitata subito dopo dal ministro del primo governo Berlusconi, Filippo Mancuso, portò ad accertare irregolarità: ma le lettere di Cagliari sono rimaste da allora documenti rilevantissimi nel dibattito sulle condizioni disumane del carcere rivelate a un uomo che non ne aveva mai avuto percezione ed esperienza, come la maggior parte delle persone.